gio
10
mag
2012
— Salve, mi chiamo Rosanna Valenti, mi manda il sindacato. Sono venuta a illustrarle le varie possibilità per accendere un mutuo. Le dispiace se mi tolgo la giacca che qui fa molto caldo? —
Lo so. Non fa molto caldo.
Sono io che ho le caldane. È questa età particolare. A me la menopausa sta prendendo strana. Ho sempre voglia di far l'amore. Proprio ora che mio marito tira i remi in barca. Non mi era mai successo di fare questi pensieri.
Ora per esempio, sono in casa di quest'uomo. Siamo soli io e lui. Avrà quaranta, quarantadue anni. Che gli passerà per la testa? Sarà uno di quelli che sognano le pin up che non avrà mai e snobbano le donne vere? Quello che si gira per strada a guardare i sederi delle ventenni? Sarà uno soddisfatto dal suo menage familiare e i soldi, la carriera, la famiglia lo assorbono totalmente togliendo spazio a ogni spiraglio di curiosità?
Forse sei curioso, fascinoso uomo calvo. Sto parlando e i tuoi occhi guardano le mie labbra rosse. Ci ho messo un bel po' di rossetto e tutte queste parole rendono pastosa la mia bocca.
Ehi che fai? Sei un porcellino, stai sbirciando sotto la mia camicetta avana un po' trasparente.
Ho un seno grande e pesante che sto playtex tiene su.
Anche i miei fianchi sono generosi. Beh forse definirli generosi è un ardito eufemismo. Sì, sono grandi. Ho un sedere altrettanto grande.
In fondo sono una donna di cinquantacinque anni. Due volte madre.
Però mi piace come veste la gonna di questo tailleur. Seduta mi sta un po' sopra al ginocchio. Spalanco gli occhi perché tu, insinuatore che non sei altro, hai appena strusciato la tua mano sulla mia gamba.
Lo hai fatto sembrare casuale. Vuoi vedere la mia reazione? Eccola. Col ginocchio sfioro io la tua gamba.
Hai capito. Quei tuoi morbidi pantaloni del gessato blu tradiscono il tuo desiderio.
Hai le mani calde. Le sento mentre risalgono il mio interno coscia.
Ormai farfuglio frasi senza senso. Ho un fuoco nella pancia. Ho solo voglia che le tue dita tocchino i miei slip, lì sopra alle grandi labbra.
— Siii, siii! —.
Non dici nulla. Le tue dita impertinenti e per nulla gentili spostano il tassello di cotone. Ti insinui tra le grandi labbra. Non ti posso mentire. Sono un lago per te. Un lago di fuoco.
Mi fai alzare in piedi senza parlare. Sbottoni la mia camicetta avana e fai fuoriuscire i miei seni senza togliermi il playtex. Li succhi con avidità, quasi a farmi male, poi con la tua bocca cerchi le mie labbra rosse.
Mmm, la tua lingua. Che fai ora? Mi giri con decisione, ho il tavolo davanti a me.
Tu sei dietro che alzi la gonna del tailleur e tiri giù i miei slip ricamati. Mi fai un po' divaricare le gambe e ti accovacci per guardare meglio il mio sesso gonfio.
Per un attimo penso con vergogna al fatto che non mi sono molto depilata ultimamente ma tanto mio marito non mi tocca da una vita.
Il pensiero è fugace perché mi stai penetrando. Con decisione, con forza, con vigore mi fai tua sbattendomi da dietro. Ansimo prona sul tavolo.
Che meravigliosa esplosione di vita. Il piacere può arrivare inaspettato anche in un giorno qualsiasi, quando magari pensi di non poter più suscitare il desiderio di un uomo, quando stai per rassegnarti alla pace dei sensi.
E invece è tempesta. Violente emozioni carnali. In una parola: vita.
Hai finito e mi lasci tremante. Con le gambe che quasi si piegano. Aperta come un fiore sbocciato da troppo.
Mi guardi alzandoti la zip e mi dici — Prendo quello a tasso fisso per vent'anni —
Io replico sorridendo maliziosa — La scelta migliore che poteva fare. Complimenti, lei è un vero intenditore —.
ven
20
apr
2012
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui,
l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”
Italo Calvino.
L’inizio dell’inferno mi arrivò per raccomandata.
Tre missive piene di parole quando ne sarebbe bastata una per ogni lettera: licenziamento, sfratto, divorzio.
Smarrii la dignità e dopo due settimane mi ritrovai a dormire sotto i portici di Via Marsala, tra barboni e Tavernello. Proprio io che ero abituato al Sassicaia.
La zona della Stazione Termini era assediata tutt’intorno dalla China Town romana. La terza sera svenni forse per il freddo e il metanolo.
Quando ritrovai la sinderesi, ero immerso in un nero assoluto.
Sotto le mie gambe nude e i miei piedi scalzi sentivo un pavimento freddo e viscido. Un liquido indefinito mi gocciava in testa e sulle spalle. Restai immobile annusando l’aria in cerca di
indizi: odore di muffa e di stia.
Freddo.
Allungai una mano e toccai una parete circolare di pietra. Rivoli di liquido bagnarono le mie dita. Istintivamente le portai al naso. Riconobbi l’essenza del sesso di donna.
Poi un fiammifero accese il mio inferno come un faro da palcoscenico.
Xen Yu mi guardava.
Il suo viso era quello di un feto non ancora formato estratto dall’utero molto prima del tempo.
Gli occhi erano dei piccoli tagli triangolari su una maschera dalla pelle sottile, itterica e tirata. Non aveva sopracciglia né ciglia. Due buchi scuri incavati fungevano da naso. La bocca era
una fessura orizzontale priva di labbra.
Cercai di toccarlo ma mi stordì con un elettrificatore di quelli usati come persuasori per i bovini. Poi mi mostrò cosa voleva da me. Il mio nuovo lavoro.
Xen azionò un interruttore temporizzato e l’ambiente s’illuminò fiocamente. Alcuni uomini, vestiti come me solamente di un paio di luridi boxer, sedevano a terra con la schiena poggiata alla
parete di roccia. Tra le mani tenevano uccelli, forse piccioni. Li spennavano in silenzio. Ogni tanto, quando qualche volatile dava deboli segni di vita, veniva violentemente battuto in
terra.
Piume e sangue tutto intorno.
Gli uomini quasi ciechi lanciavano gli animali in un calderone posto al centro della stanza. La selvaggina che finiva fuori bersaglio veniva raccolta da una donna gravida che si muoveva carponi
girando intorno alla pentolaccia. Raccattava gli uccelli gettandoli nell’acqua ribollente.
La scena era orrenda.
Xen indicò se stesso e pronunciò il suo nome. Fece un gesto e dall’alto mi caddero in grembo due tortore con la testa sfondata. Sopra di me, sopra ognuno dei dannati del mio girone, un foro sul
soffitto. Quel soffitto che era pavimento di un girone superiore dove, accovacciati, altri dannati catturavano i pennuti che entravano nella soffitta da un pertugio, attirati dal granturco e dal
miglio.
Xen Yu mimò come dovessi strappare le piume e poi sparì lasciandomi in quella bolgia del demonio.
Spennai gli uccelli e li lanciai nel vuoto mentre due lacrime mi rigavano il viso. Sentii lo strusciare della raccoglitrice venirmi vicino. L’afferrai per un braccio e le chiesi «Perché?»
Ma sentii addosso l’acuto pungolo elettrico e un lamento sopito della donna alla quale avevo trasmesso la scossa. Xen Yu, il cinese fetuino, vegliava sul nostro operato.
Continuai così per non so quanti giorni. Persi il conto. Dormivo poche ore poi la corrente elettrica mi dava la sveglia. Ci era concesso di mangiare un solo pennuto al giorno, naturalmente crudo.
Dopo un lungo tempo di digiuno affondai i denti in quella carne nauseante. Ero diventato un animale quasi cieco e muto, quando l’evento ruppe la bestiale routine.
La donna a quattro zampe cominciò a urlare in preda alle doglie. Fu accesa la fioca luce e Xen Yu si prodigò come un’attenta levatrice. Dopo un breve travaglio si udirono i vagiti di una bella
bambina. Il cinese recise con i piccoli denti aguzzi il cordone che legava la creatura alla madre.
Fu un attimo.
Il viso di Xen sporco di sangue umano rivolse verso me un ghigno satanico. Poi l’asiatico, poggiò a terra il fagottino umano e, inserita una mano nella vagina della donna, estrasse la placenta.
Si concesse un assaggio, mangiandone un poco, e poi gettò la maggior parte nel pentolone.
La donna esausta lo guardava atterrita. Tutti gli altri uomini con il poco di vista a disposizione cercavano di comprendere cosa stesse succedendo.
Fu allora che avvenne il fatto immondo.
Xen Yu afferrò la neonata e ghignando la immerse nell’acqua bollente.
«Brodo buono, medicina cinese per eterna giovinezza» farfugliò.
I cinesi mangiano i neonati recitava una leggenda metropolitana. Beh, seppi allora che era pura realtà.
Il grido materno di disperazione mi regalò la forza di ribellarmi all’abominio.
Mi scagliai su Xen Yu e lo spinsi nell’enorme calderone. Spirò, come fanno le aragoste, con un lancinante guaito. Il suo viso abnorme scomparve, inghiottito dalla poltiglia dei
volatili.
Ci alzammo come zombie, emettendo suoni disarticolati. Muggiti, grugniti, poco di umano comunque. Trovammo una via d’uscita in una botola. Scendemmo scale. E rivedemmo la luce.
L’aspetto familiare di piazza Vittorio.
Per poco.
Un nugolo di musi gialli mi venne addosso come uno sciame di vespe incazzato.
Fu così che l’interruttore del mio inferno terrestre si commutò in posizione off.
ven
20
apr
2012
Il nasone* della piazza sputa l'acqua nel secchio. Gira e rimesta il pennello.
Fa la colla. Fa la colla per quei suoi striscioni dagli slogan potenti e dai caratteri corposi.
Lei, vicino, saltella infreddolita.
«Ti sei sporcato i capelli e i bluejeans». Non importa.
Il parco sarà della gente. Espropriato ai rovi e ai tossici. E, in questa zona fatta di palazzoni grigi, di marciapiedi larghi, di asfalto e di smog, la villa sarà il verde e l'ossigeno. Tutti devono saperlo. Del loro impegno. Della loro lotta. Un loro successo, questo. Il quartiere ringrazierà e saranno un esempio.
Il pomeriggio l'ha passato a dipingere scritte sulla carta. La notte è tempo di affiggere. Nessuna scorta, nessuna prudenza. Nessun ferro a far da deterrente.
Un secchio e un pennello.
Fogli bianchi, lettere nere e un simbolo tondo. Rosso.
Attacca sui muri della piazza, su quelli interminabili del viale importante.
Mentre stende lo strato viscoso sull'intonaco, lei gli porge i fogli.
Un motorino passa alle loro spalle. I due a bordo li guardano a lungo, voltandosi, distogliendo attenzione alla guida. Ragazzi. Ragazzi come loro di appena vent'anni.
Lei prova un brivido di freddo o forse di presentimento.
Sono quasi allo slargo che incrocia il ponte. Per stanotte il lavoro è finito. Non ne resta che uno: l'ultimo manifesto.
«Ti aspetto in macchina fa troppo freddo» fa lei. Resta a guardarlo mentre lui attraversa la strada e si arresta a ridosso dello spartitraffico.
Alla fermata dell’autobus sono in due. Ragazzi. Ragazzi come lui di appena vent'anni. Si muovono in fretta. Decisi. Gli vanno incontro ma lui è voltato, intento a far d'attacchino.
La spranga si abbatte come un lampo nel buio.
Cade in ginocchio ma è un attimo. Si alza e si tocca l'orecchio.
Lei corre da lui. C'è sangue. «Non è nulla. Sto bene. Tranquilla.»
Al nasone della piazza, dove prima hanno fatto la colla, ora si sciacqua la testa. L'acqua ghiacciata di febbraio farà bene alla mente.
«Abbiamo finito, portami a casa per favore». Poi s'accorge di aver perso gli occhiali. Li trovano lì. Al posto dell'ultimo manifesto.
Gli altri che hanno attaccato quella notte, qualcuno li ha già strappati. Durati il tempo di un lampo. Di un lampo nel buio.
Le scale significano casa. Finalmente.
Ma la testa fa male. Fa sempre più male.
Non può vedere che dentro l'arteria meningea si è rotta e versa sangue nel cervello.
Non dorme, si agita, geme. In bagno si sciacqua e poi vuole ghiaccio da metter sull'orecchio. L'osso temporale è polverizzato in mille schegge.
Vomita.
Crolla.
L'ambulanza ulula verso una vana speranza.
Negli occhi l'ultima immagine della madre che grida il suo nome.
L'ultimo attacchinaggio, l'ultima corsa.
Ventinove anni fa: l'ultima notte di un ragazzo, ucciso da altri ragazzi.
ven
20
apr
2012
"Da dove verrà il vento? Dicono che sia il respiro di Dio. Chi dà veramente forma alle nuvole? Questo era il gran giorno. Lo avevamo aspettato tanto." Mi vennero in mente le parole finali di un "Mercoledì da leoni", mentre osservavo i grossi addensamenti cumuliformi minacciare la massa d'acqua che, sterminatamente, si estendeva davanti ai miei occhi.
In quel meriggio d'agosto, avevo trovato particolarmente faticoso raggiungere, dopo mezz'ora di camminata da casa, la Jolla, meglio conosciuta qui a San Diego come Black's Beach.
Poche persone sulla spiaggia. Per lo più nudisti. Rigorosamente surfisti.
Prima di partire dalla mia abitazione avevo ingoiato due compresse di Carovit forte plus.
Poggiai le braccia su una tavola short. La fish e la long non facevano per me. E poi su questa spiaggia le onde arrivavano veloci, le migliori da sinistra.
Fu da quella parte che incrociai il suo sorriso. Non era molto alta e neppure particolarmente atletica. Se l'avesse vista quell'arpia di mia sorella l'avrebbe catalogata con l'etichetta di "scaldabagno". Così definiva le ragazze che secondo lei avevano le spalle larghe come i fianchi, e un'altezza non adeguata.
Lo scaldabagno però era stata ripagata da madre natura con un viso molto grazioso. Denti bianchissimi, capelli castani eterei, qua e là, schiariti dal sole della west coast.
Mi arrivò potente il profumo. Chi lo spruzzasse, chi lo indossasse era un mistero, ma tutto ne pareva impregnato. Non mi piaceva particolarmente. Troppo insistente.
L'occhio si spostò sulla sabbia nera. Attirava i raggi che giocavano "all'effetto Dio" filtrando in scenici spot tra le nuvole scure di quella mattina. Il mare sembrava un gigante dormiente.
Cercai una cabina. Mi imbarazzava sempre quel che dovevo fare. Ma lo dovevo fare. Non c'erano alternative. Tirai la tenda, mi tolsi la Lacoste e i bermuda e cominciai con cura a cospargermi di Eryfotona.
Il suo film protettivo avrebbe assorbito, riflesso e disperso le radiazioni UVA e UVB e le cheratosi non avrebbero potuto attaccarmi. Tornai a guardare il mare. Le onde cominciavano a gonfiarsi da est. Erano un po' meno veloci di prima, ma, senza dubbio, più alte.
Vidi lo scaldabagno correre loro incontro. Sotto braccio aveva una short con serigrafie spettacolari. I suoi capelli danzavano al suono aritmico del vento.
La osservai immergersi nell'oceano.
Poi riemerse per sdraiarsi sulla tavola ad aspettare l'onda giusta.
Era una dei pochi bagnanti che indossasse il costume. Aveva un bikini bianco che lasciava trasparire lo scuro dei capezzoli.
I bellissimi capelli ormai erano bagnati e appiccicati al viso.
Fu allora che arrivò. Era l'onda perfetta.
La ragazza ora aveva perso la goffaggine. Sembrava padrona dell'equilibrio. Flesse leggermente le gambe corte e un po' tozze.
Il sedere grosso sembrava perfetto per imporsi come baricentro dell'universo.
Lei cavalcò l'onda. A lungo. Scivolando da sinistra verso di me. Verso la riva.
Il fondale beach break, creava delle piccole, pericolose, ondine close up.
Quando lei ne fu prossima, fece un saltello leggiadro e tutto il monitor venne invaso da un sorriso stravolto dal grandangolo.
Il mio orologio da polso, con il suo allarme, mi avvertì che dovevo rincasare.
Inserii gli auricolari e pigiai il tasto play. Subsonica. Il diluvio. Samuel cantava: "Sei stata l'ondata perfetta per infrangerti contro di me. E adesso che tutto è sommerso, cosa è restato e perché?" Lasciai il negozio della catena americana Hollister e andai verso l'uscita di Euroma2.
Prima di abbandonare quel luogo chiuso, mi coprii il capo, come da raccomandazione del dott. Congiù, con un ridicolo cappello panama a falde larghe.
Appena fuori mi accorsi che forse non ne avevo bisogno.
Un acquazzone estivo fu il mio compagno di tragitto dal centro commerciale fino a casa.
Ci arrivai una ventina di minuti dopo, zuppo ma felice.
«Mamma, oggi lo schermo grande di Hollister era collegato con una web cam di una spiaggia a San Diego in California, vedessi che spettacolo.»
«Sì, ogni negozio della catena Hollister trasmette immagini di arenili della west coast in tempo reale. Solo che quel posto mi fa venire il mal di testa. È tutto scuro con quei faretti sui capi d'abbigliamento. E poi quel profumo terribile che spruzzano!»
«Chissà se un giorno andrò davvero in California, mamma?»
«Sei un fototipo A, capisci? Hai avuto un melanoma che per poco non ti faceva morire. La tua pelle deve scordarsi del sole per sempre. E ora sdraiati che devo spalmare Aldara sul basalioma che hai sulle spalle.»
«Aldara no, mamma. Brucia più del sole!»